Promessi!
ovvero i Promessi Sposi in scena

Crediti
da Alessandro Manzoni
drammaturgia Luca Radaelli
regia Luca Radaelli e Beppe Rosso
con Giusi Vassena, Marco Continanza, Michele Fiocchi, Nicola Bizzarri, Beatrice Marzorati
produzione Teatro Invito
in breve...
Lo spettacolo incarna il più grande romanzo popolare italiano.Abbiamo immaginato che siano proprio i discendenti della famiglia Tramaglino a ricordare le gesta dei propri avi: cinque attori, in scena per tutto lo spettacolo, raccontano la storia e interpretano i personaggi principali del romanzo manzoniano. Un teatro popolare che passa dal registro lirico a quello comico, accompagnato dal canto degli attori, in cui la lingua di Manzoni si impasta con colorite espressioni.
Le foto
per approfondire...
Il punto di partenza di questo spettacolo è la sceneggiatura di Pasolini in cui l'autore fa raccontare la
vicenda da Renzo ai propri figli in flashback. La famiglia Tramaglino fa da coro al racconto: Lucia e i
bambini intervengono a commentare e intercalare la narrazione. L'intuizione di Pasolini ha
riscontro per altro nel testo dei Promessi Sposi, dove si allude al fatto che Renzo stesso sia la fonte
diretta dell'anonimo raccontatore seicentesco. Un racconto orale, quindi.
Abbiamo trovato questa impostazione assai congeniale al nostro modo di fare teatro, legato alla
narrazione, alla memoria, alle vicende storiche viste dal punto di vista della gente semplice.
Cinque attori, in scena dall'inizio alla fine dello spettacolo, sono gli officiatori di un rito che serve a
tramandare la testimonianza delle vicende vissute dai due operai tessili lecchesi all'inizio del XVII
secolo. Attraverso il racconto, però, i fatti trascendono il tempo e lo spazio.
Ogni attore ha un proprio personaggio: Abbondio, Agnese, Cristoforo, Lucia, Renzo; tuttavia la
coralità del racconto fa sì che dal tessuto drammaturgico emergano anche le voci dei personaggi
minori, ma soprattutto emerge la voce del popolo dolente, furente, impaurito, quel popolo che deve
superare, come flagelli biblici, le prove della carestia, della guerra e della peste, e da cui esce
prepotente quell'anelito di giustizia, che fonderà poi la scrittura della Colonna Infame.
Due sono le strade per affrontare tali prove: quella della rivendicazione sociale, sperimentata da
Renzo, e quella della devozione, che porterà Lucia al miracolo; entrambe simboleggiate dal pane,
cibo del corpo e dell'anima.
Il percorso dei personaggi si dipana come in un gioco dell'oca; la festa di matrimonio, interrotta
all'inizio, si potrà finalmente celebrare.
Abbiamo lavorato sui differenti registri che emergono dal romanzo: quello lirico delle descrizioni
paesaggistiche ("Quel ramo del Lago di Como...", "Addio monti..."), quello epico delle azioni di massa (i
tumulti di San Martino, la calata dei Lanzichenecchi); quello comico specialmente nei dialoghi
imperniati sulla figura di Don Abbondio, coloriti di teatralissimi "a parte"; quello tragico, legato
invece ai personaggi "scespiriani" dell'Innominato e della Monaca di Monza.
La riscrittura del testo e le soluzioni registiche vanno nel solco della riscoperta del teatro popolare,
un teatro che cerca le proprie ragioni nell'immediatezza del rapporto con il pubblico, secondo
principi mutuati dalla poetica brechtiana. La lingua usata è un pastiche di italiano e dialetto
lombardo, in cui affiorano il latino della Chiesa e lo spagnolo dei dominatori. Il canto, eseguito
coralmente dagli attori, accompagna lo svolgimento della vicenda e ne sottolinea la ritualità,
pescando nel repertorio popolare lombardo.






